Le Mele e le Pere di Cézanne

“Nel 1898, quando aveva quasi sessant’ anni (e solo da poco aveva tenuto la sua prima personale, conclusa peraltro con un totale insuccesso), Cézanne scriveva a due giovani artisti, suoi amici: «Forse sono arrivato troppo presto. Non sono un pittore della mia generazione, ma della vostra». Esprimeva così, con quella modestia piena di dubbi che l’ aveva sempre accompagnato, la consapevolezza di essere un anticipatore. Se non, come affermeranno molti storici, il padre stesso dell’ arte moderna. Nell’ arte come nella vita, si sa, la paternità è sempre incerta. Per quanto riguarda la pittura moderna, poi, c’ è chi la fa nascere dopo, col cubismo, e chi prima, con l’ impressionismo. In entrambi i casi, comunque, Cézanne è una figura cruciale. E’ stato lui, per primo, a minare i fondamenti dello spazio rinascimentale, a mettere in discussione i presupposti della prospettiva albertiana che da quasi cinque secoli dominava la pittura occidentale.

Il suo procedimento diventa evidente nelle opere degli ultimi dieci-dodici anni dell’ Ottocento. Cézanne dipinge allora una serie di nature morte in cui cambia continuamente il punto di vista: mette sullo stesso tavolino un vaso che vede dall’ alto, un frutto che vede dal basso, un cesto che vede da un’ altra angolatura ancora. E, come se non bastasse, i suoi orizzonti non sono più orizzontali, e i pavimenti delle sue stanze cominciano a inerpicarsi verso l’ alto. Per questo le sue «incredibili mele e pere», che Woody Allen citava tra le cose per cui vale la pena di vivere, dimostrano che la pittura non è imitazione dello spazio naturale, ma invenzione di uno spazio mentale. E questa libertà sarà il punto di partenza del cubismo e di tutto il moderno. Inizia con Cézanne (o, per meglio dire, si esaspera con lui) la consapevolezza che non esiste un’ unica visione. Tutto è soggettivo, le cose che vediamo sono insieme una, nessuna, centomila. Cézanne, si potrebbe dire forzando un po’ i termini della questione, non rappresenta la realtà, ma il nostro modo di conoscerla. Non per niente un filosofo come Merleau-Ponty diceva che dipinge il nostro prendere coscienza delle cose.”

Elena Pontiggia, 1 marzo 2007, Corrire della Sera

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